Testi Critici

2019

CARTE SEGRETE

I° Ogni segreto va dischiuso. Non va aperto o svelato, appiattito sotto il peso della luce razionale che tutto schiarisce e definisce, va schiuso nel rispetto del segreto stesso. È un accedere senza violare, un’azione in apparenza impossibile che una certa arte consegue a dispetto della logica e del principio di non contraddizione. Arte nella sua accezione tecnica e interiore: chi la pratica tiene conto del proprio vissuto, dell’esperienza sul campo che si traduce in destrezza manuale e acume percettivo, in attenzione al dato sensibile quando questo è a un passo dall’invisibile, dal sublime, e arriva poco sotto la soglia più alta della percezione oltre la quale ogni riferimento di lettura va perso. È questo lo snodo occulto della carta segreta la cui superficie, aperta ad angolo piatto, trae in inganno il lettore gutenberghiano abituato a leggere da un solo punto di vista, forte della luce diffusa che illumina la pagina in modo uniforme. Errore percettivo e concettuale quello commesso dal lettore occidentale perché non coglie la profondità della segretezza, la sua natura intima eretta dall’artista per stratigrafie. La bidimensionalità della superficie è apparente poiché l’uso della grafite, la stesura e la sedimentazione del minerale sul foglio, apre a una prospettiva geologica e come tale opaca, profonda, in una parola, tridimensionale. Solo un “realista ingenuo” è indotto a sottovalutare la consistenza fisica della grafite stratificata e a non comprendere le ambiguità visive sottese alla superficie apparente. Inganno percettivo favorito dalla monocromia, dall’uso di un mezzo solo, la matita, il cui grigio terreno e pervasivo conferisce una consistenza monolitica alla superficie, quasi invitandola a pensarsi in termini plastici, conformi alla scultura e non alle astrazioni del disegno, dimentiche di un supporto pressoché smaterializzato. Ipotesi suffragata dalla tecnica di scrittura, contrassegnata da un ductus posato, per dirla in termini paleografici, tipica dell’incisore che procede con accurata precisione, con pressione costante affinché la grafite penetri nei pori della carta. Un procedimento che interessa il tessuto della superficie, saturandolo di un grigio ipogeo. Di qui la consistenza minerale del foglio, la cui lucentezza metallica altera la percezione dell’oggetto che per quanto leggero, si dota di una gravitas mentale, di uno specifico peso percettivo, consono alla scultura. La lettura ad angolo fisso è esclusa. Il lettore è chiamato a muoversi, a stabilire una relazione con la superficie, a cercarvi qualcosa dentro, a sondarla nei suoi requisiti estetici, ora riflettenti ora opachi. Si stabilisce così un’interazione, un dialogo aperto in cui è richiesta una certa mobilità del corpo, una disponibilità percettiva al movimento senza tuttavia incorrere in atteggiamenti cinetici fuorvianti e dispersivi. La mobilità va contenuta nel raggio d’azione dischiuso dal lucido-opaco, felice sintesi di quel dialogo che schiude alla lettura dell’immagine. Solo alterando il proprio angolo visuale senza perderla di vista, è possibile cogliere la presenza-assenza di una sagoma, il polo della riflessione che si alterna con lo sfondo, anch’esso riflettente, a seconda dell’inclinazione della luce.

II° Sagoma che Luca Pianella chiama ombra, la sagoma per antonomasia che alla stregua delle sue carte, muta d’aspetto: muta con lo scorrere del tempo e con la condizione fisica dell’elemento che la genera. In termini fenomenici l’ombra si comporta secondo la propria natura e così facendo, entra in relazione con la parabola del sole e con la posizione dell’oggetto, mobile o immobile che sia. L’ombra, entità elio-dipendente, incorporea ed effimera, certifica con la propria presenza l’esistenza di un corpo impermeabile ai raggi solari. Non lasciandosi trapassare segna il confine tra la presenza e l’assenza, e prende corpo quella silhouette di cui si apprezza la linea perimetrale. In questo genere di configurazione, refrattaria alla sensibilizzazione photo-grafica, alle nuances icastiche, prevale la “configurazione del contorno” la cui astrazione riduce la cosa rappresentata in un’icona. La sua riconoscibilità è facilitata dalla scelta del soggetto-oggetto la cui forma tipica non lascia dubbi e anche quando è incerta v’è l’apporto del titolo, nota concettuale preziosa per la corretta lettura dell’opera. Ciò nonostante, nonostante l’identificazione della forma raffigurata, questo genere d’immagine è votata all’ermetismo ma non per questo chiusa nel suo enigma, piuttosto dischiusa dalla linea descrittiva presente nella periferia frastagliata, così specifica e unica da garantire un rapporto speculare e diretto con l’oggetto raffigurato, proprio come avviene nel regno ottico della fotografia. Rispetto a questo, in assenza di un apporto chimico di tipo fotosensibile, c’è un maggior contributo dell’autore che sostanzia l’ombra con la grafite, le dà corpo, rendendola consustanziale alla carta. È un tutt’uno. Nel conferire una consistenza fisica all’incorporea ombra, ne muta la natura e il significato. Essa perde il valore effimero della proiezione, si emancipa, una volta tracciata, dal corso diuturno dell’astro e diviene essa stessa materia soggetta all’erosione degli agenti atmosferici. Questo spettro, una volta materializzato con questa peculiare stesura pittorica, si vede fissato per sempre nella grafite e acquista quel valore araldico, simbolico, prima assente.

III° Ogni ombra ha il suo referente e l’artista ha selezionato quello della foglia, soggetto diffuso nelle discipline della storia dell’arte. Si va a quella supportata da criteri scientifici come si evince dagli studi botanici, i cui esemplari sono ordinati e classificati in sistematici erbari oppure a quella nutrita dalla filosofia, come accade in pittura col genere della Natura morta, che di per sé allude alla vanitas, spunto di riflessione sulla caducità della vita, in cui fa eco il memento mori, monito di calibro esistenziale a cui nessun essere umano può sottrarsi. Nel caso di Luca Pianella, data la configurazione astratta della sagoma e la sua peculiare consistenza metallica, l’apporto scientifico del disegno e quello ontologico del soggetto, si stemperano a favore di una forma e di una materia di alto valore simbolico. Non si sottostima qui l’alta precisione del segno, degno di un campione botanico, che rivela nelle sue venature interne la qualità trasparente della foglia tramite un chiaroscuro altamente descrittivo. Non a caso l’artista intitola queste opere ombra-luce, non solo perché non si dà ombra senza luce, ma anche perché vi è in essa quel poco di lucore che ne differenzia la conformazione interna. D’altro canto, non si è disposti a rinunciare alla sfera filosofica, alle ramificazioni interpretative sottese al dato effimero, presente in ogni vita terrena, qui accentuata dalla secchezza di alcune foglie. C’è dell’altro e va cercato nella ciclicità profonda che unisce il soggetto con la tecnica di esecuzione. Si è già parlato della prospettiva geologica in cui l’elemento vegetale è assimilato dalla madre terra, rappresentata dalla grafite, facendone parte in modo inseparabile. Assimilazione profonda e buia che solo una certa inclinazione della luce ne rivela la sagoma fossilizzata e sospesa in un tempo così remoto da perdere ogni riferimento contingente di età. Illusione di eternità a dispetto del dato fenomenico, impossibile mineralizzazione dell’ombra che per assurdo cattura la luce, rivelandosi in tutta la propria segretezza che struttura e anima queste carte.

Daniele Astrologo Abadal

2016

L’attento dosaggio di chiaro e oscuro che in tutta la storia dell’arte pittorica e grafica ha assunto innumerevoli combinazioni – dalla più cristallina alla più offuscata – nel lavoro di Luca Pianella raggiunge una netta polarizzazione. Il campo del foglio rimane un tutto luminoso, incontaminato dai segni della matita, mentre lo spazio dell’oggetto rappresentato assomma in sé tutti i toni della composizione come se l’oscurità, solitamente distribuita elegantemente su tutte le porzioni del supporto, venisse qui rudemente addebitata all’oggetto, incaricato da solo di sopportarne l’intero peso. La dialettica accademica che distingue ombre proprie e ombre portate cessa di esistere: “l’ombra proiettata dagli oggetti scompare per identificarsi (…) con gli oggetti stessi, come se fossero in grado di avocare a sé la propria proiezione” (Ferrari, 2015, p. 18). Il soggetto della composizione diventa così un buco nero che, proprio come in un corpo celeste collassato, vibra nel proprio oscuro raggiungendo grande spessore e peso specifico. Dopo aver condotto il proprio sguardo su dimesse nature morte di barattoli e piccoli rifiuti di latta, in questa mostra Pianella approda alla figura presentando una personale declinazione del tema del ritratto. I suoi volti percossi dal tempo sono archetipi assoluti che hanno assommato in sé tutta la luce ricevuta nel corso della vita diventando maschere di carbone, superfici ruvide che raggiungono effetti non dissimili dalle precedenti nature morte. Lo stesso autore suggerisce questa linea di continuità con i lavori precedenti chiamando nuovamente Ombre le proprie creazioni. Anche l’epidermide di questi volti, infatti, restituita con compatte stratificazioni di grafite e microsfumature sui toni del nero, assume le sembianze di un antico metallo che neppure i barlumi di lucentezze riflesse riescono a ravvivare.

Gabriele Salvaterra - (Tratto dal comunicato stampa mostra De luce lucem proferens, Galleria Paolo Maria Deanesi, Trento 2016)

2015

Con le sue nature morte, declinazione contemporanea e concettualmente rovesciata del tema della vanitas vanitatum, Luca Pianella desta stupore e meraviglia: sceglie oggetti che mai attirerebbero la nostra attenzione, rifiuti accartocciati che l’artista rappresenta con segno precisissimo e fitto, ma altrettanto pieno, il quale nel tempo si carica sempre più di grafite: le cose diventano quasi simulacri scurissimi di ciò che erano state. Una sorta di Elogio dell’ombra riferito agli oggetti. Questa poetica dell’oscurità interna alla materia prende il via nel 2009, dalla serie di opere intitolate Ruggine: in esse sono ancora presenti una costruzione volumetrica e una resa delle superfici scabrose – si intuisce, del metallo, la corrosione e il lentissimo sfogliarsi della sua pelle – che rispondono a una mirabile oggettività e a un raro talento nell’acribia documentaria, nell’analisi del dettaglio e nella capacità di usare il chiaroscuro. I lavori seguenti testimoniano un’evoluzione graduale verso la sintesi, in una direzione più astratta e concettuale: l’ombra proiettata dagli oggetti scompare per identificarsi, coincidere, con gli oggetti stessi, come se fossero in grado di avocare a se la propria proiezione, risucchiandola e trattenendola. In questo processo entra in campo anche la concezione dello spazio: quasi per una scotofobia della carta, il supporto è bianchissimo, intriso di luce. La luminosità abbagliante dello spazio in cui il soggetto è collocato, come sospeso, in una dimensione metafisica, evidenzia l’alter-ego delle cose, incastonato nel vuoto assoluto del foglio candido, inviolato. A tratti sembra regnare un senso di vuoto. Il recente passaggio alla natura morta di più tradizionale concezione non era affatto scontato. Anzi, stupisce in un artista attratto inizialmente da quegli oggetti scartati nel vivere quotidiano, letteralmente gettati – scatole di latta o contenitori deformati dall’usura e dall’azione del tempo – in cui talvolta si inciampa girovagando per le strade di luoghi marginali e meno curati come le ferrovie abbandonate, le scogliere impervie della periferia genovese o zone boschive trasformate in discariche. Queste zone d’ombra del mondo, come lo stesso Pianella le ha definite, continuano a popolare il suo “naturalismo spettrale” – l’ossimoro è di Alberto Savinio –, che si arricchisce di soggetti più consueti nel contesto del genere della natura morta, come una barbabietola cotta o una pigna di magnolia, mantenendo la capacità di raffigurare l’aspetto enigmatico e misterioso dei soggetti scelti, recuperando e ponendo attenzione a quel lato oscuro delle cose e della vita, che appartiene al mondo e di conseguenza all’interiorità di ognuno.

Daniela Ferrari - (Tratto dal catalogo mostra Della natura, della figura e il volto, Palazzo Trentini, Trento 2015)