Testi Critici

2016

L’attento dosaggio di chiaro e oscuro che in tutta la storia dell’arte pittorica e grafica ha assunto innumerevoli combinazioni – dalla più cristallina alla più offuscata – nel lavoro di Luca Pianella raggiunge una netta polarizzazione. Il campo del foglio rimane un tutto luminoso, incontaminato dai segni della matita, mentre lo spazio dell’oggetto rappresentato assomma in sé tutti i toni della composizione come se l’oscurità, solitamente distribuita elegantemente su tutte le porzioni del supporto, venisse qui rudemente addebitata all’oggetto, incaricato da solo di sopportarne l’intero peso. La dialettica accademica che distingue ombre proprie e ombre portate cessa di esistere: “l’ombra proiettata dagli oggetti scompare per identificarsi (…) con gli oggetti stessi, come se fossero in grado di avocare a sé la propria proiezione” (Ferrari, 2015, p. 18). Il soggetto della composizione diventa così un buco nero che, proprio come in un corpo celeste collassato, vibra nel proprio oscuro raggiungendo grande spessore e peso specifico. Dopo aver condotto il proprio sguardo su dimesse nature morte di barattoli e piccoli rifiuti di latta, in questa mostra Pianella approda alla figura presentando una personale declinazione del tema del ritratto. I suoi volti percossi dal tempo sono archetipi assoluti che hanno assommato in sé tutta la luce ricevuta nel corso della vita diventando maschere di carbone, superfici ruvide che raggiungono effetti non dissimili dalle precedenti nature morte. Lo stesso autore suggerisce questa linea di continuità con i lavori precedenti chiamando nuovamente Ombre le proprie creazioni. Anche l’epidermide di questi volti, infatti, restituita con compatte stratificazioni di grafite e microsfumature sui toni del nero, assume le sembianze di un antico metallo che neppure i barlumi di lucentezze riflesse riescono a ravvivare.

Gabriele Salvaterra - (Tratto dal comunicato stampa mostra De luce lucem proferens, Galleria Paolo Maria Deanesi, Trento 2016)

2015

Con le sue nature morte, declinazione contemporanea e concettualmente rovesciata del tema della vanitas vanitatum, Luca Pianella desta stupore e meraviglia: sceglie oggetti che mai attirerebbero la nostra attenzione, rifiuti accartocciati che l’artista rappresenta con segno precisissimo e fitto, ma altrettanto pieno, il quale nel tempo si carica sempre più di grafite: le cose diventano quasi simulacri scurissimi di ciò che erano state. Una sorta di Elogio dell’ombra riferito agli oggetti. Questa poetica dell’oscurità interna alla materia prende il via nel 2009, dalla serie di opere intitolate Ruggine: in esse sono ancora presenti una costruzione volumetrica e una resa delle superfici scabrose – si intuisce, del metallo, la corrosione e il lentissimo sfogliarsi della sua pelle – che rispondono a una mirabile oggettività e a un raro talento nell’acribia documentaria, nell’analisi del dettaglio e nella capacità di usare il chiaroscuro. I lavori seguenti testimoniano un’evoluzione graduale verso la sintesi, in una direzione più astratta e concettuale: l’ombra proiettata dagli oggetti scompare per identificarsi, coincidere, con gli oggetti stessi, come se fossero in grado di avocare a se la propria proiezione, risucchiandola e trattenendola. In questo processo entra in campo anche la concezione dello spazio: quasi per una scotofobia della carta, il supporto è bianchissimo, intriso di luce. La luminosità abbagliante dello spazio in cui il soggetto è collocato, come sospeso, in una dimensione metafisica, evidenzia l’alter-ego delle cose, incastonato nel vuoto assoluto del foglio candido, inviolato. A tratti sembra regnare un senso di vuoto. Il recente passaggio alla natura morta di più tradizionale concezione non era affatto scontato. Anzi, stupisce in un artista attratto inizialmente da quegli oggetti scartati nel vivere quotidiano, letteralmente gettati – scatole di latta o contenitori deformati dall’usura e dall’azione del tempo – in cui talvolta si inciampa girovagando per le strade di luoghi marginali e meno curati come le ferrovie abbandonate, le scogliere impervie della periferia genovese o zone boschive trasformate in discariche. Queste zone d’ombra del mondo, come lo stesso Pianella le ha definite, continuano a popolare il suo “naturalismo spettrale” – l’ossimoro è di Alberto Savinio –, che si arricchisce di soggetti più consueti nel contesto del genere della natura morta, come una barbabietola cotta o una pigna di magnolia, mantenendo la capacità di raffigurare l’aspetto enigmatico e misterioso dei soggetti scelti, recuperando e ponendo attenzione a quel lato oscuro delle cose e della vita, che appartiene al mondo e di conseguenza all’interiorità di ognuno.

Daniela Ferrari - (Tratto dal catalogo mostra Della natura, della figura e il volto, Palazzo Trentini, Trento 2015)